Camere da Letto
di
Alan Ayckbourn
Regia di Mauro Stante
Camere da letto
(Bedroom Farce) debuttò nel 1977 al National Theatre di Londra e mise
finalmente in luce, in tutta la sua maestria, Alan Ayckbourn, uno dei più
interessanti autori contemporanei attivo fin dal 1959. Il testo racconta una
storia che si svolge nella stessa notte, in tre camere da letto diverse e
contemporaneamente visibili sulla scena.
La
prima è quella di Delia ed Ernest, coppia matura che vive il
proprio annoso menage coniugale senza “nessun” slancio amoroso o affettuoso
(il matrimonio oltre la crisi).
La seconda è quella di Jenny e Nick, coppia di
giovani rampanti e intraprendenti con una “sfumatura” di slancio amoroso,
forse dettata anche dalla situazione: lui è bloccato a letto da uno strappo
muscolare, mentre lei è costretta a fargli da crocerossina (il matrimonio
in crisi con leggerezza).
La
terza è quella di Kate e Michael, coppia altrettanto giovane e
appena sposata alle prese con l’inaugurazione della nuova casa, con un “troppo”
allegro e fanciullesco slancio amoroso di vivere il rapporto (il
matrimonio in crisi latente).Ultima, ma non ultima, è la camera da
letto, inesistente ma metaforica, visto che usano a proprio piacere le tre
precedenti, di Susannah e Trevor, coppia infantile più che
giovane, psicopatica e in crisi impetuosamente aperta, con un “eccessivo”
slancio pseudo-amoroso fatto di litigate e riappacificamenti (la crisi
prima ancora del matrimonio).
Ayckbourn, con una scrittura quasi cinematografica (scene
brevi o brevissime, dialoghi serrati, luci che si spengono su un ambiente e si
riaccendono su un altro, scene contemporanee, etc.), congegna perfetti
meccanismi scenici. La sua comicità è irresistibile soprattutto all’interno di
situazioni orchestrate, aggrovigliate e paradossali. E la sua capacità maggiore
è quella di farci ridere su temi seri: la difficoltà dei rapporti
interpersonali, la crisi del matrimonio, il rapporto genitori-figli, la
sessualità irrisolta, le nevrosi. Un umorismo sottile, intelligente e tagliente
che coinvolge lo spettatore,inconsciamente ignaro di vedere se stesso sul
palcoscenico.
Come recita l’adagio:
“Se non vogliamo affrontare i nostri guai, allora, ridiamoci
sopra”.
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