Regia di Mauro Stante

Rappresentato per la prima volta nel 1923, è il dramma di una madre che seguendo una sua logica disperata, ai limiti dell’ossessione, rifiuta la morte del figlio cercando di mantenerlo in vita attraverso il suo amore immutato.
Anna Luna si vede tornare il figlio dopo sette anni di assenza, irriconoscibile. Improvvisamente il figlio muore. Tutti lo piangono tranne lei, che non sa ritrovare in questo essere cambiato dalla malattia l’immagine del figlio “coi capelli d’oro e gli occhi ridenti”, alla quale era rimasta ancorata per tanto tempo. Quando Lucia Maubel, l’amante del figlio, viene a cercarlo, la madre le dice che lui è partito ma che ritornerà. Quest’opera non è certamente un giallo, ma non vogliamo svelare gli sviluppi per non togliere respiro a questa storia di solitudini e amori. E proprio di questo si racconta: tutti i personaggi vivono un “proprio” amore deformato dalla loro solitudine. Pirandello ci parla di dolore, ma di un dolore vitale che non si esaurisce mai, e che è l’unica realtà da contrapporre alla morte.
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